La bellezza intrappolata

Nonostante il lento, inarrestabile, irresponsabile, suo malgrado, disgregarsi, consumarsi, sgretolarsi, tutto narra di un’antica Bellezza…

 

Una Bellezza silenziosa ed umiliata, che resiste all’infierire naturale del tempo e all’oltraggio innaturale dell’uomo disamorato. Ogni cosa di questo frammento di terra racconta storie antiche ed appassionate, descrive gioia e sofferenza, rabbia e tenerezza, durezza e gentilezza, ricchezza e miseria, saggezza e stoltezza, indifferenza e protezione.

Può essere questa piccola città trascurata e dimenticata un orgoglio riscoperto, una identità ritrovata, una fierezza ammirata, ostentata, ineguagliabile.

Una dimora “d’elezione” per viaggiatori, esploratori di bellezza, di cultura e dei regni dell’arte. Un’ “isola” di quiete immersa nella storia come geograficamente lo è nel mare, non luogo chiuso ma centro attivo al centro della vita culturale oltre confine, luogo aperto, spazio interlocutorio dove “stare” e “sostare” per osservare ed ammirare, per dialogare ed ascoltare, per trovare ed incontrare. Per essere ospite e residente allo stesso tempo per scambiare opinioni ed esperienze, per raccontare a propria volta.

Luogo inclusivo, museo aperto, una sorta di esposizione permanente senza confini e costrizione di spazi se non quelli che morfologicamente gli appartengono, un luogo in cui “esserci” per catturarne l’anima farne proprio il respiro, un luogo di “esplorazioni culturali”, di percorsi policentrici nei “mondi” dell’arte, della cultura, della natura, dove si moltiplicano contenuti ed esperienze, dove la storia da cui si attinge, si rinnova in maniera poliedrica generando, a sua volta, altra storia.

Un luogo in cui rigermogli il bello assopito, intrappolato per troppo tempo dal silenzio e dalla sua stessa “negazione” , in cui l’arte “disumanizzata” sia salvata e torni a scatenare quelle stesse leggi interiori che l’hanno generata e rinnovi la vita attraverso l’indissolubile legame con essa.

Taranto Vecchia: Accademia della Bellezza per nuove, affascinati suggestioni ed esperienze plurisensoriali.

Che fare

Taranto sta vivendo indubbiamente uno dei periodi più grigi della sua millenaria esistenza, e non solo per i fumi dell’inquinamento, che oltretutto non sono solo quelli della grande industria. Il veleno della illegalità, dei soprusi, della violenza e della strafottenza, della maleducazione e della quasi totale assenza di senso civico e di cura premurosa del proprio territorio e di tutto quello che gli appartiene intossica quanto quello fuoriuscito da quei maledetti camini.  La polvere ha cosparso la città intera ed il suo prossimo intorno, ma anche le coscienze.

Tuttavia una sorta di “miracolo” sta avvenendo, quel miracolo raccontato , e tutto da interpretare,   dall’omonimo film di Edoardo Winspeare, in cui la storia narrata ed imperniata attorno ad un ragazzino poco meno che adolescente è solo il pretesto per spiegare una città con le sue stridenti e strazianti contraddizioni.  La bellezza e la mortificazione della stessa, la disattenzione e la trascuratezza al posto del desiderio di custodire amorevolmente una  “corporalità” e “ spiritualità” antica e splendente, la ricchezza di una storia millenaria e la mancanza della sua memoria.

“Winspeare tenta il ‘Miracolo’ nella Taranto dei veleni Ilva”  titolava  un articolo di Repubblica poco prima dell’uscita del film  e chi scriveva diceva che lo stesso avrebbe avuto un grande successo perché “il regista ci racconta proprio come siamo”  parlando  di una complessità senza perdere alcuna  valenza simbolica:  religione, superstizione, ma anche modernità, acciaio, speculazione edilizia, ILVA  attraverso una storia  semplice, non forzata, delicata e pseudo-mistica.

Tuttavia in tutta questa vicenda di male si è rafforzata  la preziosità di una Taranto custodita nell’intimo di alcuni di noi, forse tanti di noi,  – una Taranto dentro – per la quale OCCORRE fare qualcosa, per Lei che non può essere abbandonata al suo destino.

Questo manipolo di menti attive e reattive ha una missione che è quella di riacciuffare la città per impedirle di scivolare irrimediabilmente nel fango che le è stato buttato addosso sulla base di una  innegabile e veridica cruda realtà che ha anche avuto una eco mediatica amplificata, sottolineata, rimarcata in tutte le sue declinazioni al punto da martoriare ulteriormente un territorio già martoriato di suo, sancendone e decretandone la morte in termini di sviluppo in prospettiva.

Ma quelle menti sono menti colorate ed appassionate che hanno nel cuore una Taranto MIGLIORE un’ ALTRA Taranto che ritorni a riappropriarsi dei suoi colori e della luce brillante che l’ha sempre contraddistinta.

Una RINASCITA, un rinascimento che comincia dal cuore pulsante di questa città, quel cuore che non ha mai smesso di battere nel corpo martoriato, asfittico, umiliato ed offeso più e più volte : la Città Vecchia, la Taranto Vecchia, scrigno in cui antico, tradizione, cultura, arte si sono stratificate nei secoli, dove sono le radici di quella civiltà gloriosa che la storia ha raccontato con passione, miracolosamente custodite sotto metri di terra e sedimenti di passato.

Che fare? Cominciare a riappropriarsi dei luoghi, perchè attraverso essi ci si riappropria della memoria, cominiciare ad inniettare vita in quegli spazi per troppo tempo abbandonati, rovinosamente lasciati andare, cominciare a riempire i vuoti disseminati dalla negligenza, dalla incuria, dal disamore e dalla disaffezione, cominciare a dissipare scetticismo, diffidenza fra la gente che da tempo “vive quei vuoti”, dare loro voce ed ascoltare i loro bisogni, i loro desideri, i loro sentimenti e le loro rabbie. Cominciare a tessere relazioni che rinsaldino legami interrotti, alterati, abusati e deviati, creare uno spirito di Comunità che generi energia e consapevolezza, che riavvicini a quei luoghi con occhi diversi, più amorevoli ed attenti. La vera restituzione è prima di tutto morale; avviene attraverso il riconoscimento profondo, consapevole del proprio intimo  senso di appartenenza.    

La presa di coscienza

felicitc3a0taranto11E’ arrvato il momento di puntare sulla positività come esorta lo slogan della campagna: “La alegría ya viene” (La felicità sta arrivando),  nel film “No – I giorni dell’arcobaleno” del regista cileno Pablo Larraín.

Inutile parlare del “male” , del disastro ambientale, del dissesto economico, civile, socioculturale creato dalla scelleratezza, dall’inadeguatezza, dal cinismo e dall’indifferenza di menti ed anime sporche ad ogni livello della classe politica,  imprenditoriale sorretta ahimè dalla scarsa consapevolezza e mancanza di coscientizzazione  di una popolazione stordita da un falso benessere economico che la grande industria insediata prepotentemente decine di anni addietro aveva regalato al territorio e al suo hinterland, una popolazione paralizzata nella sua ignavia che pur tuttavia non ha tutti i connotati della colpa, essendo stato per lei prioritario il beneficio di uno status sociale comodo ed apparentemente soddisfacente.

Oggi qualcosa è cambiato le coscienze si sono destate ed il fango ha iniziato a straripare.

Tutto l’assetto socioeconomico, politico  ha cominciato a franare, mille crepe si sono aperte  e ogni cosa è seriamente compromessa:  il lavoro, la salute, la solidità e la stabilità sociale per non dire la credibilità di quella parte di potere, istituzioni ed imprenditoria che sapeva e faceva finta di non sapere, che tramava sulla pelle di un territorio inconsapevole e dormiente, forse troppo poco critico e mollemente fiducioso.

Certe cose avranno il loro corso e l’accanimento su ciò che è stato, l’invettiva contro responsabilità e colpe, la ribellione ed il risentimento per essere stati trascinati nel fango sono un urlo terapeutico, ma non costruiscono nulla.

Ci troviamo di fronte ad un bivio esistenziale oserei dire e alla necessità di una metamorfosi: occorre guardare a  una nuove condizioni di vita e di progresso senza tuttavia dover ingegnarsi nel cercare grandi cose. Ciò che serve lo abbiamo sempre avuto e ci è sempre appartenuto. Lo abbiamo forse snobbato, dimenticato inseguendo ed adeguandoci ad un tipo di sviluppo – quello industriale – che storicamente non ci contraddistingueva e al quale tuttavia ci siamo adeguati.

E’ arrivato il momento di riappropriarci delle nostre vere radici, della nostra millenaria cultura, dei nostri magnifici paesaggi e della ricchezza di questa terra generosa e feconda. Cominciamo a ridare a tutto ciò che abbiamo dimenticato valore, rispetto e dedizione, cominciamo a pensare a ciò che siamo stati per potere essere quello che saremo. Ognuno di noi si deve sentire intimamente, profondamente coinvolto in questo processo di riappropriamento ed autoriconoscimento in cui oltre la presa di coscienza è necessaria la volontà ferrea, compulsiva di fare, costruire, cambiare,. migliorare, sviluppare. Il percorso è faticoso e non semplice, ma il sentimento di rinascita e di rinnovamento che ci animerà alleggerirà ogni peso ed il desiderio di un nuovo, vero, sano benessere sarà l’obiettivo a cui tendere senza mai cedere : il vero riscatto.

Il raggiungimento del BEN ESSERE, l’unico forte urlato NO al male che abbiamo fin qui avuto.

Lettera alla mia città

Tutto mi appartiene di Te, tutto quello che è Tuo da millenni: le tue origini elleniche, la tua  genia classica, le tue storie di mare e di naviganti, la tua arte, il pensiero filosofico dei grandi peripatetici, e i tuoi profumi, i tuoi colori, e, il canto delle sirene…

Voglio salire sulle superbe e solinghe torri di avvistamento che ancora resistono tenaci ed altere sui litorali battuti dal devastante vento di scirocco e guardare, nella solitudine che comporta il silenzio del deserto umano tutt’intorno, lo spazio marino che si apre davanti ai miei occhi e lasciar andare i miei pensieri come bianche vele al vento oltre la linea del- l’orizzonte che congiunge gli azzurri appena screziati di bianco latteo. Oltre quella linea c’è tutto: quello che riusciamo ad immaginare e quello che non riusciamo, nè mai riusciremo perchè è nel limite della natura umana non riuscire a toccare l’assoluto.

Voglio addentrarmi nel Tuo cuore malato, là dove sei nata,  per ricucire pezzi del mio passato, indugiare davanti ai palazzi transennati e dai portoni serrati oltre i quali la vita non ha mai cessato di esistere perché ne sono intrise le pietre ed ancora la trasudano, come i buoni odori di cucina e di vita domestica che scappa dalle fessure delle finestre, e scambiare chiacchiere con un passante o il venditore di nasse e conchiglie, sbirciare in una bottega di mobili vecchi o in qualche interno fatiscente appena rischiarato dalla luce del sole, affacciarmi sui vicoli dove si intrecciano le storie di amore e di amicizia, animati dagli schiamazzi dei ragazzini e dei venditori ambulanti,  guardare i volti dei vecchi segnati dal tempo, ma anche dal disagio, dalla disattenzione e dall’ indifferenza del mondo al di là, falsamente benpensante.

E, il mio di cuore non può che allagarsi  di rabbia e di commozione, e i ricordi assopiti si ridestano…

Mi vengono in mente Persone che hanno nella testa e nel cuore la determinazione e l’amore per ciò che  è loro appartenuto ed appartiene e che desiderano far “appartenere” immutato nel tempo ad  altri perché possa esserne condivisa bellezza, storia e sapere.

A Loro la mia stima, ammirazione ed affetto. A Te la promessa del mio impegno perché nulla sia perduto ed il Tuo cuore possa tornare  a battere sano e felice.